Otto Fürst von Bismarck sarebbe fiero di voi

Prima che la politica italiana entrasse nella sua fase di acuto narcisismo e sciovinismo (streeming e/o via cavo) la stessa politica italiana aveva avuto – un’altrettanto acuta –  fase di teorizzazione politica che a mio parere non è ancora passata. Vi sto chiedendo quindi di seguirmi, di fare un passo indietro nel tempo, di ritornare a quella fase pre-elettorale e post spartizione della torta (33-33-33,1) susseguente a quelle strane elezioni in febbraio dell’anno scorso. Una fase a cui successe un’altra fase – comica quella – in cui le difficoltà del povero vincitore masochista (il beneficiario di quello 0,1 di vantaggio) Pierluigi Bersani, aveva l’incarico sciagurato di creare un nuovo governo. Erano giorni in cui, mentre si lasciava il prof. Mario Monti e la sua squadra tecnica al timone del paese, si faceva appello a quella che a parere di tutti era l’estrema sintesi teorica del nuovo corso della politica italiana, si chiedeva a destra e a manca, di fare appello al buon senso, di non scherzare con il pericolo del default e di agire per il Bene Comune.

In quei giorni, come da copione, ogni uno si diceva disposto a fare di tutto per il paese, si diceva disposto a cambiare il corso stagnate della politica degli ultimi anni. Gli osservatori, quelli più ottimisti, vedevano di buon occhio il parlamento interamente rinnovato, ringiovanito, rinvigorito, applaudivano a quelle giovani leve che, chine sui banchi di Montecitorio con gli occhi fissi su calcolatrice e scontrino, familiarizzavano con le istituzioni del paese mostrando il candore dell’anima e rammaricandosi per qualche ricevuta volata via. Il nuovo avanzava da ogni parte, vi era anche un nuovo Berlusconi, un nuovo Napolitano (bis) e sopratutto un nuovo, o forse, un rinnovato senso di responsabilità: agire in fretta per il Bene Comune.

Arrivati a questo punto, ritornati indietro di quell’era geologica che corrisponde a un anno di politica italiana o a un anno di web (a proposito ieri c’era Sanremo, ma chi cazzo ha vinto nel 2013 i Jalisse? [la storia, che mistero]), quindi tornati indietro, scavando nella storia (un tipo su twitter qualche giorno fa, mi ha detto che la storia è adesso, quindi figuriamoci se non era un anno fa) con un lavoro certosino vorrei ricostruire cosa possa essere il Bene Comune e in che modo le compagini politiche italiane (33-33-33,1) lo perseguono.

Prima di tutto partiamo da un bell’articolo di Žižek, e partiamo con una sua citazione:

“Per esempio qualcuno potrebbe dire che la popolazione globale è cresciuta eccessivamente, che ci sono troppe persone e abbiamo sviluppato un eccesso di forze produttive, sostenendo quindi che dovremmo incoraggiare malattie infettive cosicché almeno due terzi dell’umanità muoiano, mentre i restanti dovrebbero imparare a vivere più modestamente.”  

Žižek fa questo esempio per portare a paradosso l’idea stessa di Bene Comune. Se nel perseguire un pensiero ecologista – dice – ci si dovrebbe impegnare al fine di agevolare il rispetto della natura, la riduzione della popolazione mondiale potrebbe essere un’obbiettivo concreto da perseguire. Tutti, spero, inorridiscano di fronte a una prospettiva simile, ma non sono poi tanto certo che lo facciano. Žižek mi serve come chiavistello per arrivare a definire il nostro italico Bene Comune, il nostro retorico politico Bene Comune. Partiamo con il dire che la definizione di Bene Comune in Italia viene diffusa dalle menti formidabili del Partito Democratico. Questo partito, che a quanto pare sente ancora di dover espiare colpe legate ai gulag del compagno Stalin, si è fatto carico di perseguire il bene del paese, voltando pagina con il passato con “la storia” delle lacrime e sangue (l’amaro calice dell’austerità montiana) con politiche di sviluppo, ma sempre nel rispetto dell’austerità. Sembra che il Bene Comune che ci vuole spacciare il PD possa collimare con la weltanschauung dell’Agnese che confida nel Signore (Europa) il quale, nel mandarci pene terribili, agisce per darci gioie più grandi. Il manzoniano PD lascia passare il messaggio di sacrificio sperando di fare leva sulla responsabilità, ma questo, a mio parere è solo un messaggio, è un motto familiaristico, non è la spiegazione concreta di cosa loro intendano dire con Bene Comune. Il sacrificio chiesto in visione del vero Bene Comune, serve a mascherare politiche basate su un etica discutibile perché non negoziata con nessuno se non con l’inesistente progetto politico Europeo.

Dietro al PD le altre due compagini politiche hanno vita facile, o almeno non tanto schifosa come quella del PD, chi tira la volata si sa – in gergo ciclistico – non la vince e chi è dietro di poco ti succhia la ruota.

Per il sempre verde Silvio Berlusconi, decaduto, divorziato, rifidanzato, mummificato, pregiudicato, separato (da Angelino stavolta) la vita inizia a 80anni. Il PDL, pardon, la neonata Forza Italia è l’esperimento politico più audace a mio parere, qualcosa che è a metà tra l’appropriazione e il re-enactment di se stessi. Ovviamente qui la musica non cambia, per Forza Italia il Bene Comune (concetto che loro non esprimono in questi termini) è sempre lo stesso: il bene del capo, il bene di Silvio. La gente ama Berlusconi e anche Renzi non scherza (Cfr. si veda il derubricamento nel mese di Maggio del neo presidente del consiglio di tutti gli appuntamenti del Maggio Fiorentino per infilarci [dopo l’incontro consultazione con Berlusconi] una cosa che si chiama riforma della Giustizia).

Arriviamo così al nuovo al nuovo nuovo, come si dice in arte, alla forza popo(u)lare al Movimento 5 Stelle. Il movimento che non è un partito che non è una casta, che è la gente punto e basta (mi piacerebbe essere un würstel Oscar Meyer è quello che io desidero di più). Mi tratterrò dall’esprimere giudizi sulla natura ideologica del movimento dei cittadini pentastellati, e anche in questo caso mi limiterò a chiedermi quale sia per loro il Bene Comune. Il M5S insiste su temi semplici rimarcando, il bene della gente è l’opposto di quello politico (per politico si intende, in questo caso, della politica partitica). E’ sufficiente erodere benefici e privilegi a quella che loro chiamano Casta, per arrivare a migliorare le condizioni del paese. “L’Italia va rivoltata come un calzino” è una delle formulazioni teoriche più alte del leader carismatico (ex Megafono) Beppe Grillo. Ma come arrivare a questa rivolta (di biancheria si intende)? Al bene ci si arriva tutti insieme con la democrazia diretta, il bene comune del cittadino è quello di scegliere il proprio destino democraticamente mediante consultazioni oligarchiche on line nel rispetto del PROGRAMMA. Il Bene comune quindi non è più perseguito da una democrazia parlamentare rappresentativa, ma da una democrazia diretta on line, robe da: aboliamo il parlamento e mettiamolo su di un Server in Islanda. Alla base di questa concezione però non c’è la democrazia, ma una reazione decisionista ad anni di pantano e melina politica. A mio parere il M5S non è nuovo è solo dispotico; le poche volte che ho parlato con qualche elettore a 5S che non fosse impegnato a urlare che tutti rubano, ho avuto l’impressione che credesse ciecamente nei pochi punti del PROGRAMMA Casaleggio/Grillo. Il PROGRAMMA – la storia la chiama qualcuno (vedi utente twitter  di sopra) – del movimento non è negoziabile ma tu cittadino puoi avere l’illusione di partecipare votando on line se Beppe debba o no mandare a cagare Renzi. La pragmatica realizzazione del PROGRAMMA è il vero Bene Comune di cui la nazione ha bisogno. Non c’è motivo, poi, per dubitare del PROGRAMMA, perché questo ha il merito di essere popolare, è stato accettato (e non deciso) dalla gente che è l’una (la gente) ad avere il polso di quali siano i bisogni del paese. Tutte queste mie considerazioni vengono fatte partendo dall’ascolto delle considerazioni di quei cittadini 5S pensanti, mi riferisco in questo caso a quello sparuto gruppo di pentastellati non solamente “incazzati” e rabbiosi,  che si possono considerare la parte che potremmo definire (per paradosso) ortodossamente critica. Anche questi cittadini (un po falchi e un po colombe) vedono nel programma la prescrizione aprioristica a cui rifarsi. Il M5S resta interessante anche perché la retorica dell’attivismo (ogni elettore del M5S è potenzialmente un elettore attivo 1:1 [attività disparate, dal fare proseliti spammando grafiche vernacolari sui social media al mettere su banchetti in strada e spiegare il programma ai vecchietti, al votare on line su decisioni da prendere]) crea l’illusione che il lavoro di tutti alla fine porti al cambiamento sulle cose concrete, sulla realtà.

In Italia quindi, dal PD al M5S passando per la ri-neonata FI, si tende ad associare al Bene Comune una serie di scelte che possano incidere sul cambiamento di quello che è lo status quo. Il  Bene Comune richiede l’allontanamento  dalle ideologie, dal massimalismo, il bene comune ci chiede di essere concreti (cosa sia la concretezza è relativo [sono concreti le prescrizioni europee, sono concreti i guai giudiziari {non ancora terminati} del leader, sono concreti i problemi che la gente decide essere concreti senza sceglierli, senza analizzarli]). Insomma il Bene Comune a cui tutti vorrebbero arrivare parte da una limitazione delle libertà collettive, passa per il culto del capo storico e si innalza nell’affrontare le questioni di tutti i giorni di cui si dice il paese abbia bisogno. Mentre scrivevo mi sembrava di riconoscere, nei piccoli tranelli delle forze politiche italiane, i  sorditi principi della Realpolitik. Arrivare a ogni costo, fottendosene dell’etica degli uomini neri pescati morti dal mare dello svilimento dei salari, dei diritti delle donne. Chi  in un modo, chi in un’altro i 33-33-33,1  chiedono vigliaccamente al cittadino, elettore e non, di rinunciare a ciò che vuole, di di non essere troppo consapevole e di credere, credere credere.

Nel dipinto di Jan van Neck: The Anatomy lesson of Dr Frederik Ruysch, il dottore è intento, anche se non sembra, a cercare l’origine della bellezza.

Cosa vuol dire oggi bello? Che cosa si intende per bellezza? Esistono ancora canoni? Per esempio un romanzo o un opera d’arte contemporanea possono essere definiti belli? Ovviamente vi è una lunga bibliografia a riguardo ma non è questo il luogo per parlarne, io ho cominciato a pormi queste domande dopo che La grande bellezza, il film di Sorrentino che ha vinto il golden globe, candidato agli oscar come miglior film straniero, è diventato un caso nazionale. Nel film si parte barando con un condizionamento che Sorrentino ha posto già nel titolo e che porta al parossismo l’idea stessa di bellezza definendola “grande”. Ma può la bellezza essere grande? E può un film che intende rappresentare i vizi e difetti di una “bella” città, può essere definito bello? Questo ovviamente non è un giudizio cinematografico, è stato detto già troppo sul film e io non sarei in grado di aggiungere niente altro, questa è una riflessione sulla bellezza. I dubbi intorno alla bellezza de La grande bellezza sono quelli di chi, per associazione, accosta il bello al buono. A partire da questo dubbio Arthur Coleman Danto ha costruito la sua teoria della bellezza in arte: “The mistake was to believe that artistic goodness is identical with beauty and that the perception of artistic goodness is the aesthetic perception of beauty.1 Contro questa posizione – ecumenica – si scagliarono le avanguardie storiche la cui azione distruttrice ruppe il patto esistente tra bello e buono, gli artisti del XX Secolo hanno preso le distanze dall’idea che l’estetica e la morale siano connesse tra loro permettendo così all’arte di svincolarsi dalla morale: “Good Art May Not Be Beautiful”.2 Secondo Danto esistono due tipi di bellezza, quella esterna e quella artistica. Avvalendosi della teorie sull’intelletto umano di David Hume, Danto sostiene che è possibile cogliere la bellezza esterna mediante i sensi – attraverso la nostra percezione3 – e che questa bellezza è riferibile alle cose (un film è la ri-produzione di cose). Mentre per cogliere la bellezza artistica i sensi da soli non sono sufficienti, il bello artistico viene compreso solo mediante le nostre capacità intellettive. L’arte appartiene al pensiero, alla capacità dello spettatore di elaborare tesi critiche rispetto al lavoro che sta osservando, alla sua capacità di comprenderne le relazioni nascoste, le qualità interne.4 Una bellezza interna fatta di relazioni – stando alle parole di Danto – non palese destinata alla ricerca dello spettatore. E’ indubbio che oggi abbiamo bisogno di bellezza nel nostro paese, di una bellezza fatta di quel “je ne sais quoi” che è una parte determinate della nozione di bellezza.5 Una bellezza che va discussa perché non può essere definita con certezza, che non ha canoni estetici, che è puro concetto. Questo genere di bellezza è in grado di estendere il plot narrativo del film attraverso il tempo e fuori dallo spazio della pellicola, costruendo molti livelli di significato a partire dall’immagine. Quindi se intorno al film non fossero nate stupide e sterili polemiche campanilistiche; battaglie tra schifati e patrioti, tra chi rimpiange il Sorrentino di una volta e chi è pronto a mostrare il ventre gonfio sul sunset hollywoodiano e al contrario fosse nato, intorno al film, un dibattito concreto su cosa sia oggi il cinema e l’urbanistica(?!) su cosa sia oggi fare arte in Italia, forse staremmo quei a parlare di vera bellezza e non quella – ahimè – denaturata della Ferilli.

1Cit. A. C. Danto, The Abusy of Beauty: Aesthetics and the Concept of Art, Open Court Publishing, 2003, p. 35.

2Cit. A. C. Danto, The Abusy of Beauty: Aesthetics and the Concept of Art, p. 33.

3D. Hume, The philosophical works of David Hume, Volume 2, Little, Brown and company, 1854 [It. ed. D. Hume, Ricerca sull’intelletto umano, Laterza, Bari, 2012, pp. 36-38]

4C. Danto, The Abusy of Beauty: Aesthetics and the Concept of Art, p. 92.

5V: Paolo D’Angelo e Stefano Velotti (edd.) Il “non so che”. Storia di una idea estetica, Aestetica Edizioni, Palermo, 1997.

J.P. Hackert, Mietitura a Carditello

J.P. Hackert, Mietitura a Carditello

Linz 11 Gennaio 2014

Gentile Ministro Bray ci sono alcune buone notizie che arrivano a tal punto al momento giusto che perdono parte della loro efficacia, della loro carica positiva. Ovviamente la buona notizia è l’acquisizione del Casino Reale di Carditello e, altrettanto ovviamente, non mi riferisco al tempismo – sfortunato e beffardo – dell’acquisizione che arriva qualche giorno dopo la morte di Tommaso Cestrone, ma ad un’altra forma di tempismo che spero di chiarirle in questa lettera. Le scrivo da Linz, in Austria, sono qui per completare un periodo di residenza all’estero offertomi dalla mia Università – sono un dottorando dell’Università di Udine – e proprio mentre mi trovo qui in Austria le ammetto che sento molto più di prima, di quando la terra a Carditello la calpestavo, la necessità di dirle due cose che so su Carditello e che spero lei voglia conoscere. Le scrivo proprio perché, mentre sono qui in Austria, ho letto sul Corriere Del Mezzogiorno una sua intervista in cui lei parla del Casino Reale di Carditello.

Da anni sono uno dei tanti laureati in ambito culturale che gira l’Italia in cerca di spendere le professionalità acquisite in maniera dignitosa. Sono convinto che nulla, come la cultura, riesce a rappresentare degnamente le mie origini e a parlare delle mie intenzioni. Non le scrivo per lamentare la condizione di precariato in cui versano le persone come me, come i mie ex compagni di università, come i mie colleghi di dottorato; non lo faccio perché so che lei sa e non è mia intenzione ripetere cose di cui già si dice. Io le scrivo per farla partecipe di alcune informazioni ma prima ancora, per metterla al corrente di un ripensamento. Credevo, quando nel lontanissimo 1999, mi iscrivevo all’allora laurea in Conservazione dei Beni Culturali, che quel progetto magnifico di dotare finalmente l’Italia di un folto gruppo di professionisti in ambito culturale, potesse servire ad abbattere tutte quelle astiose questioni che esistevano (e continuano ad esistere) riguardanti i rapporti di forza tra le istituzioni che allora (e ancora oggi) si occupavano (e si occupano) del nostro (ahimè) fantastico patrimonio culturale – materiale e immateriale, mobile e immobile, paesistico e ambientale. Speravo che quel disegno che allora riuscivo solo a vedere in controluce, che quella sinopia di riforma promessami nella prima pagina del vademecum universitario, potesse non restare tale ed emergere palesemente e, nel giro di pochi anni, sciogliere tutti quegli ingorghi istituzionali di cui nessuno avrebbe poi sentito la mancanza. Insomma, caro ministro Bray, speravo di diventare un conservatore, una persona agli ordini di Andrea Emiliani o di Ferdinando Bologna, una persona capace di risolvere l’annoso problema dei rapporti tra Soprintendenze e territorio, sognavo di ridare peso e corpo ai Musei Civici, ma la vita va per strade diverse di quelle che noi stessi pensiamo per la nostra persona, ed eccomi allora intento a fare ricerca sul cinema e sul video, a scrivere e a studiare d’arte contemporanea e a guardare quelle stesse istituzioni che volevo riformare da lontano. Ecco prima le anticipavo che volevo farla partecipe di un ripensamento, un ripensamento professionale, una cosa che ho capito solo grazie a lei e che credo possa essere quasi sicuramente di suo interesse. Io sono cresciuto a Teverola, al Casino Reale di Carditello (più semplicemente Cardtiell’) ci andavo in bicicletta quando ancora Emiliani e Bologna non tormentavano le mie prospettive universitarie e quando le uniche persone che avevano influenza sui mie interessi erano Bogossian, Policano, Pecchia, Roberto Baggio e Beppe Signori. Ci andavamo in bici e non la vedevamo, io ho dei ricordi, ma non delle immagini. Ricordo dei muri tirati su al posto delle finestre, ricordo dei solchi nel fango e delle auto rubate, ma non potrei dire di aver visto. Qualche volta sono anche entrato all’interno del Casino, ero un bambino e con me c’erano tanti altri bambini che oggi sono uomini, ma sono certo che nessuno ha visto. Non eravamo i soli a non vedere, c’erano con noi tutti gli abitanti di Casaluce, di San Tammaro, di Teverola, di Frignano, di Aversa, di San Marcellino di Villa di Briano, di Santa Maria Capua Vetere, di Capua, di Marcianise, insomma eravamo in tanti a non vedere. Non abbiamo visto e abbiamo continuato a non vedere. Un giorno, erano passati degli anni, io avevo cominciato a capire che forse quel rigore volato via nel cielo di Pasadina, in quell’estate del 1994 non era poi la fine del mondo, o almeno non era la fine del mio mondo. Mi ero piazzato sul dorso di quel pallone e avevo conosciuto l’Italia. Da lassù, da quella prospettiva aerea che non era di Paolo Uccello ma di Roberto Baggio, mi accorsi di Carditello. Che strano vedevo tutto, anche quello di cui poco prima avevo solo un ricordo; ora c’erano delle immagini, stavolta vedevo. Forse lei penserà che non tutti riescono a salire in groppa ad un pallone calciato in alto, colpito con il collo del piede e con il corpo spostato all’indietro, le percentuali di successo nel montare in volo, sono poche. Se per vedere era necessario imbeccare quella cometa, ci credo bene che il numero dei ciechi restasse alto. Ovvio quando ho iniziato a vedere ho cominciato a incontrare altra gente che vedeva come me, che vedeva alla stessa maniera e dava immagini ai ricordi, che vedeva le finestre murate, i cancelli divelti, le porte sfondate, il rame rubato. Vedevo e speravo di far acquisire la vista anche agli altri, a tutti quelli che partivano da Teverola e da Casaluce, nei mesi in cui i nostri stessi rifiuti formavano delle muraglie che ci tappavano all’interno delle nostre stupide case, per andare a gettare le loro buste loggate IperFamila o IperCoop e colme di spazzatura, intorno alle mura di quella Cardtiell’ che tanto loro continuavano a non vedere. Le dicevo del mio rimpianto e di come sia stato lei a farmi capire quale doveva essere la strada che purtroppo non è stata e a cui non vi è possibilità di rimediare. Nella sua intervista al Corriere di Mezzogiorno lei parla di Hackert uno che per mestiere “vedeva” e che per campare dava corpo a ciò che vedeva e che quindi non poteva non vedere quello che accadeva al Casino Reale di Carditello. Io, a questo punto, dopo aver letto le sue dichiarazione sul Corriere Del Mezzogiorno seduto comodamente nella Strassenbahn di Linz, ho iniziato a pensare a tante cose e tra queste anche a Cardtiell’, ecco io a questo punto ho iniziato a maturare quel ripensamento che forse lei in questo preciso istante, mentre è chino a leggere questa lettera, vorrà giustamente conoscere. Le devo confessare, caro ministro Bray, che non riesco a perdonarmi d’aver compiuto, in quel lontano 1999, un errore tanto stupido ma tanto grave nello scegliere l’università che allora si chiamava di Conservazione dei Beni Culturali e di aver sottovalutato la scelta dell’unica facoltà che, anche alla luce di quanto oggi quanto mi è chiaro, debbo (e dovevo) considerare necessaria quanto indispensabile per la mia terra, come quella di Medicina – con specializzazione in oculistica. Una facoltà che mi avrebbe consentito di risolvere meccanicamente o medicalmente, quello che io invece credevo, erroneamente, essere solo un problema di cultura. Ecco caro ministro, io ho appena letto le sue dichiarazioni sul Corriere Del Mezzogiorno, le ho detto ero sulla Strassenbahn a Linz, e non riuscivo a smettere di pensare a quanto fossero state tempestive le sue dichiarazioni, a quanto fosse tempestiva la scelta del ministero che lei presiede di acquisire quel bene invisibile. Mi son detto, il ministro vede, e anche quegli stessi casalucesi e teverolesi adesso vedono, tutti adesso ci vedono… un attimo, sono mesi che ci vedono, o forse ci guardano? Ecco il tempismo di cui sopra, nessuno miracolo della scienza medica, nessuna catarsi oculistica collettiva, solo ed esclusivamente la conseguenza diretta di uno scrutare continuo, di un occhio collettivo che sembra essersi posato su di un territorio e che ha finito per incidere sulla stessa toponomastica di terra di lavoro. Caro ministro spero che quel tempismo quella coincidenza di eventi sia solo una linea diretta frutto di un’insieme sfortunato di circostanze; spero, per esser chiari, che l’attenzione culturale che, in questo momento, la mia terra si merita non derivi dalla necessità di compensare a qualcosa che con la cultura non ha nulla a che fare. Io spero, a questo punto dall’alto dei miei errori, che quello che il Corriere del Mezzogiorno indica come il “…simbolo del riscatto del Mezzogiorno” non diventi simbolo di nulla e che lei, a cui debbo interamente questa riflessione, capisca che il problema del Casino Reale di Carditello sta nella vista, nell’esser visto, che il suo problema è sempre stato nell’esser apparso – forse per troppa bellezza – un miraggio nel deserto. Io non le chiedo simboli per il Mezzogiorno, ne riscatti, ma le chiedo di garantire ai cittadini di San Tammaro, di Casaluce di Teverola ecc. di vedere, di insistere affinché vedano e garantiscano per loro stessi il piacere e il futuro dei beni comuni.

Lei mi perdonerà se rendo pubblica questa lettera, d’altronde è alla pubblicità che appello la mia ultima speranza, il mio ultimo desiderio. La speranza della pubblicità dei nostri beni, di quei beni che una volta abbiamo creduto potessero divenire veramente di tutti. Beni pubblici per un pubblico vedente. Ed anche per questi motivi che confido in lei caro ministro Bary, confido nella sua capacità e volontà di capire e scusare se faccio di questo mio appello pubblico un appello che a lei rivolgo.

Vincenzo Estremo

Le luci di natale

Le luci di natale

Super Vicki manda messaggi in codice per una futura unione politica tra gli USA e la Russia

Nell’ultimo anno mi sono imbattuto spesso, se pur solo indirettamente, nel nuovo/vecchio sistema giudiziario russo. Tutto è iniziato con Limonov, il romanzo di Emmanuel Carrère che narra la vita dello scrittore e politico russo ‪Eduard Limonov‬, pseudonimo di Eduard Veniaminovich Savenko. Carrère romanza la vita contraddittoria e violenta di Limonov, fondatore del partito Nazional Bolscevico e miliziano serbo-bosniaco negli anni anni novanta durante la guerra civile Jugoslava. Limonov è un “rosso-bruno” che in sé condensa tutte le contraddizioni e le ortodossie di un mondo ideologico che sembra non esistere più. Limonov ama Bakunin, ma anche Stalin e agisce come Mishima. Limonov sembra esistere per ricordarci quanto sia stupida e inevitabile la coerenza. Ma quello che volevo fare non era parlare di Limonov (romanzo e uomo politico), no, io volevo solo parlare della Russia. Ma per parlare della Russia vorrei prima dire due parole su di me. Io sono nato nel 1980 e posso dire di essere cresciuto politicamente grazie a forme di antagonismo da bar in cui, c’era gente come me che si riconosceva come un anti-americano e filosovietico convito e altri che invece erano filo americani e odiavano i russi. Io ho capito presto che ero tragicamente fuoricampo massimo, gli altri, credo, sono ancora al bar. La mia filosovieticità, col passare del tempo, non è, per fortuna, mai degenerata in forme e tendenze nostalgiche o neo-hypster, ma si è stabilizzata in una sorta di anti-americanismo permanente. Ricordo un episodio fantastico di un telefilms americano molto popolare durante la mia infanzia: Super Vicki. L’episodio in questione è quello in cui, in un torneo di scacchi, la piccola Vicki, la bambina robot del telefilm Super Vicki, vince contro un bambino russo e si riprende idealmente la rivincita su Kasparov. Ecco durante quell’episodio di Super Vicki – un robot e quindi una macchina un baro – porta la vittoria al suo paese ad ogni costo, e solo alla fine, quando si scopre che anche il bambino russo era un robot, la sua vittoria diviene completa, la vittoria della macchina – tecnologia – americana, rispetto alla macchina  – tecnologia – sovietica. Adesso a distanza di anni voglio ampliare quella piccola morale in qualcosa di diverso, concentrandomi su un aspetto formale di quella narrazione e in particolare sulla rigidità fredda e marziale della disciplina sovietica, descritta stereotipicamente, in quasi tutti i film e telefilm USA. In occidente, e forse anche grazie alla TV e ai film americani, siamo cresciuti con un idea dell’URSS (oggi della Russia) che sembra essere impassibile all’umanità e spietata. Ovvio quanto questo sia vero è relativo a quanto sia vero che negli Stati Uniti, sbattendo tre volte le scarpette, si possa ritornare in Kansas volando all’interno della propria casetta. Il cinema americano e la cultura visiva di massa, diffusa dai programmi americani, avevano e continuano ad avere, delle buone ragioni per coltivare certe posizioni/contrapposizioni. Personaggi contraddittori e ironici, gente come Limonov oppure scrittori come Aleksandr Lavrin (capace con il suo Morte di Egor Il’ic è in grado di dissacrare Tolstoj prima e la perestroika poi,  in sole 80 pagine)  o scrittori come Venedikt Erofeev e tanti altri di cui io non conosco l’esistenza solo per ignoranza, dimostrano quanto la Russia sia un universo complesso e quanto certe cazzate degli anni 80 non servano più a nulla. Ma non voglio perdermi in considerazioni a vuoto, voglio dire ciò che mi preme e ciò che mi preoccupa, ovvero: LA RUSSIA E’ LA PERICOLOSA AVANGUARDIA DELLA DEMOCRAZIA. Ovviamente l’uso del termine democrazia farà rabbrividire tutti i puristi del politicalycorrect, ma è proprio di democrazia che si tratta e la Russia sembra interpretarla al meglio, precorrendone una certa evoluzione che ho paura possa a prece diventare universale. La Russia quindi laboratorio politico  e stavolta non in contrapposizione mistica e ideologica con gli USA, ma in accordo e in linea con alcuni principi dell’ex nemico. Ma ritorniamo a Limonov e in particolare al suo partito fascio-comunista alla sua idea assurda di dominio Russo del mondo Pan-Euroasiatico (questa consideratela una citazione indiretta a Bakunin), sembra quasi che le sue idee, quelle che spesso danno fastidio a Putin, non siano poi tanto estranee all’attuale linea politica Russa e il suo appartenere allo schieramento dell’AltraRussia sembra essere solo una necessità in un sistema democratico in cui, purtroppo, c’è spazio per un solo dittatore alla volta. Limonov, per chi non lo sapesse, auspica uno stato comprendente l’Europa la Russia e l’Asia centrale guidato, ovviamente, dalla Russia. Senza dover citare Infinit Jest possiamo ben capire che questa democrazia ha grossi progetti e che non possiamo ignorarli. Quest’idea che in qualche modo può far ridere, vi assicuro che è in qualche altro modo già in fase di attivazione. La Russia di Limonov esiste già e in certo modo detta una serie di linee guida per l’occidente, e lo fa allargando il proprio dominio, se pur in accordo, anche agli USA. Forse a questo punto avete già abbandonato la lettura, ma vi assicuro che sto per arrivare a un’altro punto e il punto sono due fatti di cronaca degli ultimi anni che in questi giorni sono molto popolari sui media internazionali: la scomparsa di una delle Pussy Riot (forse in un gulag Siberiano) e il processo agli attivisti di greenpeace. I due casi sono ovviamente differenti tra loro, ma hanno in comune di essere oltremodo mediatici che, al giorno d’oggi è ahimè un valore determinate per l’informazione. Sia le Pussy Riot che gli attivisti di greenpeace, si sono resi “colpevoli” di reati a loro imputati dalle autorità e per questo motivo messi sotto custodia detentiva. Il caso delle Pussy Riot è estremamente delicato, in qualità di attiviste/artiste e di donne, la gravità del loro reato, blasfemia e istigazione all’odio religioso – per chi non se lo ricordasse – sembra essere intollerabile per la/e nuova/e democrazia/e. Gli attivisti di geenpeace che manifestavano pacificamente e come al loro solito, contro i colossi del petrolio di gazprom, sono stati da prima accusati di pirateria e successivamente di teppismo. In una dichiarazione di uno dei trenta arrestati, l’australiano Colin Russell, traspare tutta l’incredulità di un uomo che  non capisce cosa ci sia di male in ciò che ha fatto, non capisce dove era nascosta,  nelle sue azioni, la pirateria prima e il teppismo dopo. Piccola parentesi, dai racconti degli attivisti, sembra che il blitz militare delle forse armate Russe avesse poco a che vedere con la democrazia e che i loro colpi di arma da fuoco fossero ancora meno democratici, ma vedremo come anche quelli, anche i proiettili, siano parte della/e nuova/e democrazia/e. Insomma questo laboratorio democratico ha bisogno URGENTEMENTE di una revisione costituzionale o almeno di una modifica al codice penale, sembra oramai il momento di inserire, all’interno della giurisprudenza russa, il reato di PROTESTA. Si ecco il nocciolo della situazione perché non c’è blasfemia, pirateria o teppismo che regga, qui l’unico reato che si prospetta è solo quello di protesta. Se accettiamo un certo senso borghese/religioso della morale l’atto di dar fuoco a delle croci può essere considerato blasfemo, ma non più o non meno, di altri atti, per lo più pubblici, di rockstar internazionali in Russia. Immagino che greenpeace, non gli attivisti della Artic Sunrise accusati di essere pirati e teppisti, ma l’organizzazione internazionale di greenpeace che solitamente è abituata a trattare con la giustizia in tutto il mondo abbia trovato non poche difficoltà a confrontarsi con il “laboratorio democratico” russo. Mi metto per un attimo nei panni dei molti avvocati di greenpeace che hanno dovuto preparare la difesa degli accusati e mi immagino le loro difficoltà a organizzare una difesa intorno a un reato fantasma. L’imbarazzo nel difendere i propri attivisti da capi d’accusa che derivano da una giurisprudenza che è allo stesso tempo scritta e tutta ancora da scrivere. Se pur scarcerati i 30 di greenpeace hanno dinanzi a loro una dura battaglia da portare, avanti, una battaglia che è a loro sfavorevole, perché, pur essendo greenpeace un organizzazione capace  e valida sul lato giuridico come poche, viene messa fuori gioco da un sistema “laboratoriste” di democrazia che aggira le sue armi per una nuova visione della giustizia. Chi protesta oggi, chi lo fa in russia, sa che pur non infrangendo legalmente nessuna legge è già fuori dalla legge stessa, quella invisibile, quella del futuro ordinamento democratico russo e internazionale. Quando l’artista Marina Naprushkina nel 2007, per protestare alternativamente contro il regime di Lukashenko (guarda caso in Bielorussia) inaugurò il suo progetto The Office for Anti-Propagandala (L’ufficio per l’anti propaganda) mostrava quello che sarebbe stato chiaro a tutti solo qualche tempo dopo, ovvero, quando la nostra ingenua idea di democrazia 2.0 occidentale, fatta di azioni dimostrative e dematerializzazione mediatica, sia insufficiente se sbatte contro una restaurazione (perché di ciò si tratta) della tirannide. Governi come quelli russi o bielorussi, approntano strategie come novelli laboratori di una politica anacronistica e a noi, se vogliamo ancora continuare a lottare, conviene non stare a guardare o almeno non stare solo a dimostrare. Vanno scritte insieme, ogni uno dal suo lato le regole di un nuovo/vecchio processo, e non sto parlando di Kafka e del suo processo, ma solo di un piccolo momento di passaggio, un adeguamento giuridico che l’occidente attende.

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L’assalto ai forni

Gli allenatori di calcio di oggi sanno quanto sia importante l’aspetto mediatico del loro ruolo e tengono moltissimo alla loro preparazione mediale. Tutto ciò è allo stesso tempo pateticamente improbabile e incredibilmente vero ed è quindi, a mio parere necessario, per spiegare questa tragica opposizione, scrivere un articolo confusamente esplicativo e drammaticamente pieno di fuffa.

Vi sono degli allenatori italiani che dalla retorica dell’agone e dei nemici hanno provato a ricavare stimoli e motivazioni per le loro squadre, scadendo però in una retorica ideologica da tamarro, penso a Di Canio e a Mandorlini. Molto più interessante il caso del portoghese José Mourinho che ha ricavato parte della sua popolarità mediatica proprio dalla sua capacità di attrarre su di se critiche, gossip e ciarpame mediatico. Mourinho è in grado di trasferire alla sua squadra solo lo stimolo della confusione dei media evitando ai suoi lo stress e sfruttando questa tensione positiva a fini agonistici. Mourinho sempre solo contro tutti, sempre in inferiorità contro una selva di assalitori spietati, novello Leonida o se vogliamo Mourinho delle Termopili che sa fare come pochi uso del tòpos dei trecento1.

Il calcio moderno vive uno sviluppo tecnico legato a doppio filo alla tecnologia dei materiali e alla crescita fisica e atletica dei propri giocatori. Allo stesso modo la comunicazione che riguarda il calcio segue le stesse direttrici facendo si che lo sviluppo tecnologico e l’interattività dei media condizionino atteggiamenti e life style di calciatori e tecnici. I tecnici di oggi quindi devono conoscere l’utilizzo dei media, devono saperci convivere e sapere in che modo sfruttarli a loro favore. Sono lontani i tempi del silenzio stampa – che oggi è pressoché impossibile dati gli obblighi dei diritti TV e quando viene messo in atto sembra essere alquanto anacronistico. Sempre più tecnici professionistici devono fare i conti con social media quali Twitter Facebook e Instagram2 imparando a convivere con la vena comunicativa dei loro calciatori.

C’è da dire che il mezzo televisivo e le dichiarazioni ai giornalisti restano ancora il mezzo di diffusione ufficiale nel calcio, ma è evidente che anche il calcio stia compiendo lo swich off dei media tradizionali. Un grande utilizzatore – user non sarebbe appropriato in questo caso – di TV e Giornali per la sua strategia di comunicazione è il tecnico della Juventus Antonio Conte. Stamattina scorrendo dall’Austria in maniera sommaria le notizie di sport sul portale on line di un grande quotidiano italiano ho trovato questa dichiarazione di Antonio Conte: […] Oggi siamo tornati un po’ a teatro. Serve quella verve, quella fame, quell’entusiasmo che avevamo quando gli undici giocatori in campo e il pubblico sugli spalti assalivano gli avversari…3. Quelle parole non mi erano nuove, anzi, sembravano alquanto ritrite e allora ho deciso di ricostruire a ritroso la genesi di quest’appetito bianconero e l’ho fatto ponendomi ingenuamente una domanda: il tecnico leccese prova ad avvalersi dei media – ribadisco TV e giornali – per aumentare le prestazioni della propria squadra? Non potendo fare la domanda al diretto interessato provo a darmi risposta da solo. Credo che Conte non sia del tutto consapevole della genesi del concetto di fame4 che lui usa tanto spesso, ma sono sicuro che sia convinto che solo attraverso questo concetto possa fornire ai media tradizionali l’essenza del suo lavoro come allenatore. Non credo, o almeno non voglio credere, in un Antonio Conte che entra negli spogliatoi e chiede a Chiellini di avere fame, mi sembrerebbe stupido, certo potrebbe essere possibile, ma trovo questa una situazione semplicistica. In questi due anni di successi Conte ha consentito alla sua squadra di mantenere un sistema di gioco oltremodo performante e sono certo che ci sia riuscito portando i suoi in un’isola di pensiero diversa da quella che poi pubblicamente ha fornito a TV e giornali. Se quest’isola fosse l’isola della fame, mi vedrei costretto a rivedere al ribasso le capacità psichiche della squadra che come organico resta la più forte in Italia. Ma forse tutto ciò è un mio pregiudizio, un mio cavillo, un mio pensiero, condizionato dalla storia e si sa nella dittatura del presente la storia vale a ben poco.

Proviamo lo stesso a ricostruire il percorso di questa Juventus, partiamo da lontano da quando Conte non era nemmeno un calciatore bianconero. Se penso alla storia del club e sento uno Juventino – allenatore, giocatore, ex giocatore, addetto ai lavori o tifoso che sia – parlare di fame un po’ rido e lo faccio perché a parlare è una persona che è coinvolta professionalmente e/o sentimentalmente in uno dei clubs tra i più titolati in Europa e nel mondo e il più titolato in Italia. Solo qualche decennio fa l’avvocato Agnelli sono certo avrebbe dissentito fermamente all’idea di una Juve affamata o di una Juve proletaria ma i tempi sono cambiati e in cima alla Juve c’è un altro Agnelli, Andrea, che oggi invece supporta e sostiene l’idea del suo mister. La Juve di Conte non è una Juventus operaia o proletaria, come dice qualcuno – lo era molto di più la Juventus di Marcello Lippi che pur potendo schierare diamanti come Zidane e Del Piero, si accontentava anche del pane duro di Porrini, Torricelli, Di Livio (che oggi opinionista della Gazzetta parla spesso di fame per spiegare tutto ciò che accade in casa Juve) e di tanti altri. La Juve di Conte è una squadra che nella sua versione migliore è spietata crudele che per essere al suo massimo ha bisogno di asfissiare la manovra avversaria con un ritmo e un intensità di gioco molto alti. Quindi una Juve atleticamente molto performante, tatticamente moderna, ma che per essere in grado di mantenere l’intensità mentale necessaria alle alte prestazioni ha bisogno di un coadiuvante psicologico, quello che Conte semplifica – senza aver paura d’essere retoricamente stantio – con il concetto di fame. Iniziamo dall’analizzare l’origine di questa fame e iniziamo col dire che si tratta di un sentimento e non di un bisogno. Lo so e sono sicuro che anche Antonio Conte sa che la fame non è un sentimento, ma un bisogno, ma in questo caso e nel modo in cui viene usata la parola fame, va interpretato come elemento del sentire e non delle necessità umane. Ma da dove arriva questa fame e perché è così normale per tutti sentir parlare di fame nel calcio? E poi, continuo ad essere il solo che pensa che sia banale parlare di fame? Come tutte le attività culturali anche il calcio è “succube” di una serie di condizionamenti sociali che nascono e al di fuori dalla pratica culturale, ma che su tale pratica incidono sostanzialmente. Questi condizionamenti sono parte della storia e mutano nel tempo così come la storia muta. Il sentimento di fame Juventino è una emanazione diretta di un certo populismo5 che aleggia nell’aria e che finisce per incidere sulle attività culturali italiane. Conte quando parla di fame cita indirettamente “I Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni e in particolare l’episodio dell’assalto ai forni in cui Manzoni dipinge la folla di una Milano affamata e ridotta in ginocchio dalla peste a scagliarsi contro il “forno delle grucce” e contro il vicario di provvisione, responsabile secondo il popolo, della fame dei milanesi. La fame di quell’Italia che si doveva preparare mentalmente al Risorgimento era, anche per Manzoni un espediente psichico. Senza voler sembrare pedante, ma credo sia opportuno spendere due parole sui Promessi Sposi. Tutti sanno della natura allegorica del romanzo di Manzoni, la storia narrata della sommossa contro gli spagnoli era un auspicio per l’Italia di allora – siamo negli anni Quaranta del XIX secolo – a insorgere contro gli austriaci. Uno dei problemi del Risorgimento italiano fu proprio il coinvolgimento delle masse, i primi Risorgimentisti erano nobili o borghesi e per attuare i loro piani avevano bisogno della forza d’urto delle masse proletarie. Ecco allora il ricorso al concetto di fame: sentimento di rivalsa sociale travestito da bisogno popolare. Allo stesso modo la Juve, storicamente nobile, espressione ed emanazione diretta dell’aristocrazia imprenditoriale degli Agnelli, scegliere il salentino popolare (populista) Antonio Conte per riscattarsi dal peggior momento della sua storia, la caduta in B e due settimi posti consecutivi.

L’importanza di arrivare settimo

In tutto questo processo di riscatto e di rivalsa della Juve sono stati fondamentali, più che la caduta in B, le due stagioni, 2009-2010 e 2010-2011 in cui la Juventus è risultata settima in classifica. Nelle interviste di Antonio Conte alla sua prima stagione da tecnico bianconero risuonava, oltre al mantra della fame, il ritornello del: non scordiamoci che questa squadra viene da due settimi posti.6 La Juventus sembrava aver dimenticato i titoli conquistati negli oltre cento anni di storia concentrandosi solo ed esclusivamente sui due miseri settimi posti che, ai fini della comunicazione di Antonio Conte, risultavano essere oro. Conte richiamava continuamente i suoi a ricompattarsi sulla sua linea di comunicazione e anche un emaciato e sempre più ieratico Andrea Pirlo, nuovo leader del centrocampo bianconero, si lascia coinvolgere nel tourbillon retorico di Antonio Conte annunciando, nel dicembre del 2011, durante il ritiro al caldo di Dubai e in previsione della sfida del girone di ritorno di febbraio contro il Milan, sua ex squadra e diretta rivale al titolo, che la sua Juve ci crede e che ha fame di vittoria. Alla fine dell’anno 2011-2012 tutta quella fame si concretizza con la vitoria dello scudetto, ma questo non basta per far si che il registro retorico di Antonio Conte si modifiche nella stagione successiva 2012-2013 dove, una Juventus campione in carica e stimolata dalla fame si prende la supercoppa italiana contro il Napoli che sarà poi la sua unica diretta concorrente al titolo senza però mai riuscire a infastidire i bianconeri nella riconquista della serie A. Ecco quindi la parabola del vincente Antonio Conte che ha trasformato in oro i due rovinosi settimi posti della Juve usando, a livello mediatico la formula della fame.

Ma allora la fame funziona davvero e io devo ricredermi, a volte è meglio la semplicità di concetto che le inutili complessità, ma per mia fortuna ho ancora qualche arco concettuale contro la fame dei juventini. E in Europa, come è la storia della fame in Europa? La Juve anche quest’anno stenta in Champions, dove anche l’anno scorso non era riuscita a brillare. La squadra di Conte pur cannibalizzando il campionato nazionale non riesce a trovare la chiave per un gioco convincente a livello continentale. La fame sembrava non bastare fuori dai confini italiani e la Juventus, abbassatasi alla retorica del volgo, la vecchia signora non va nelle corti d’Europa come le si addice, ma gira il continente come uno dei tanti emigranti nostrani che rimpiangono il parmigiano, la pizza e gli spaghetti a cui risultano indigesti tapas, würstel ed escargot. Ovviamente le ragioni degli insuccessi europei non sono da addebitare ai gusti culinari dei Juventini, Conte lo sa e in Europa, già nell’anno 2012-2013, avviene un cambio di registro nella comunicazione del tecnico che inficia totalmente il messaggio “italiano” della fame per passare a chiedere rinforzi sul mercato. Gli insuccessi della Juve in europa non sono da imputare alla mancanza di fame ma all’assenza di un giocatore di spicco di un Top Player – per usare un termine caro ai giornalisti italiani e agli appassionati di mercato. Vucinic, Matri, Giovinco, stentano in Europa e il solo Quagliarella (che Conte ama poco per motivi tattici?) riesce ad andare in goal regolarmente in Champions. Questa del Top Player sarà un arma che Conte utilizzerà contro la sua stessa società a fini di mercato e per il suo rinnovo contrattuale, riuscendo ad ottenere un rinnovo e adeguamento di contratto e l’ingaggio dell’argentino Tevez.

Autocannibalismo e disgusto

Ma cosa sta accadendo in casa Juve in questa stagione 2013-2014? Che fine ha fatto la fame? A parere di Conte e di molti altri Juventini sembra esser venuta meno. E a questo punto, nel momento in cui la fame diventa imputato unico di un appannamento e non di una crisi che l’impianto comunicativo di Conte si mostra in tutta la sua pochezza. La Juve è una squadra seconda in classifica dietro ad una Roma sin qui stellare, è reduce da due campionati vinti brillantemente, ha appena perso una partita a Firenze (La Fiorentina di Montella che ha un Giuseppe Rossi fenomenale, che aspetta Gomez con Cuadrado ai livelli del Sanchez dell’Udinese) ha avuto un inizio stentato – come suo solito – in Europa ha subito una sconfitta ingiusta al Bernabeu con il Real Madrid e il suo tecnico non sa fare di meglio che riproporre una fantomatica mancanza della vecchia fame? Questa scelta di comunicazione è al quanto controproducente per la Juve e per lo stesso Antonio Conte la scelta della fame si mostra debole. Come è possibile che la voce degli affamati si è trasformata nel breve volgere di qualche mese nel coro dei sazi. La squadra di Conte, dopo la fase di autocannibalismo dello scorso anno – il Napoli non aveva mai rappresentato un pericolo – è entrata nella fase del disgusto? Come la mamma coccodrillo che dopo aver mangiato la propria prole si dispera e piange, anche la Juventus della traballante retorica alimentare di Conte non riesce più a fare schermo alle polemiche di un gioco fiacco e irriconoscibile e ripropone per l’ennesima volta la vecchia minestra riscaldata che sembra non esser gradita dai commensali della vecchia signora. Ecco per il momento il limite di Conte, ecco il limite della sua Juve affamata: è che alla fame c’è rimedio: basta mangiare!

1Il riferimento alla battaglia delle Termopili e al tòpos dei trecento non è casuale. Erodoto fu tra i primi ad usare il tòpos dei trecento per descrivere la situazione di svantaggio che le truppe spartane di Leonida dovettero affrontare nella battaglia contro i persiani. In realtà la truppa di Leonida non era composta di trecento uomini, il numero trecento diviene topico perché sta a indicare il canone dell’inferiorità numerica in battaglia di un esercito rispetto ad un altro. Tutti ricorderanno la famosa poesia “La spigolatrice di Sapri” in cui questo tòpos viene ripetuto nell’incipit: Eran trecento eran giovani e forti e sono morti! Oppure il film “Trecento” di Zack Snyder che parla proprio delle Termopili usando nel titolo il topos dei trecento.

2A riferimento parziale di un’altrimenti sconfinata casistica si tenga presente su tutti il caso del rinnovo contrattuale di Sneijder con alcuni messaggi su Twitter da parte di Sneijder prima e Yolanthe (sua moglie) dopo che l’Inter aveva vietato l’uso dei socialnetwork ai propri tesserati. Il caso Osvaldo a Roma, oppure il botta e risposta Balotelli, Capacchione, in merito di Camorra durante l’ultima partita di qualificazione mondiale dell’Italia a Napoli a cui fece seguito il divieto dell’uso di Twitter messo in atto da Prandelli.

4Da adesso la fame di Antonio Conte sarà in corsivo e la fame in regular

5Non voglio entrare in disquisizioni politiche ma la matrice populistica e postideologica della società contemporanea in europa ha la sua maggior espressione nei partiti politici non convenzionali nati in Islanda, Italia e Grecia a seguito della pesante crisi economica e finanziaria.

6Questa è una mia sintesi delle molte interviste rilasciate da Antonio Conte alla stampa italiana nella sua prima stagione alla Juventus anno 2011 – 2012 durante il peggior periodo della stagione, quando il Milan di Allegri era arrivato a un solo punto nella 36° giornata dopo 1-1 casalingo della Juventus contro il Lecce quasi retrocesso.

Da Dublino mi è appena arrivato il catalogo di I knOw uoU la mostra inaugurata ad aprile di quest’anno e a cui sono stato invitato a partecipare dagli artisti Pasquale Pennacchio e Marisa Argentato. La mostra è curata da Nikolaus Hirsch, direttore della Stadelschule Frankfurt, Tobias Rehberger, artista e da Rachel Tomas, curatrice all’IMMA (Irish Museum of Modern Art). Una mostra sul concetto di capitale culturale, partorita dal cuore finanziario dell’Europa a Francoforte ma che ha il suo display a Dublino e vuole riflettere su cosa significa essere europei in questo momento. Quando Marisa (ndt Marisa Argentato e Pasquale Pennacchio da ora Marisa e Pasquale) mi ha parlato della mostra e mi ha chiesto di partecipare con un mio progetto, ho pensato a diverse cose, eravamo in un bar in una cittadina a pochi km da Napoli, avevo voglia di accettare e infatti ho accettavo volentieri ma senza avere la più pallida idea di quale poteva essere il mio contributo al progetto. Il tempo intanto passava, e una cosa almeno l’avevo decisa, il titolo del mio lavoro: Fijnschilder.  I pittori di fino, la scuola di Leida, gli antesignani di Rembrandt, gente che dipingeva su rame, con pennelli finissimi e con una dovizia incredibile. Avrei voluto tracciare delle storie sottili e preziose, avrei voluto racchiudere in un piccolo frame una parte infinitesimale di un universo socio politico macroscopico, inafferrabile, astratto e senza confini come il concetto di Europa. Volevo arrivare a definire il soggetto comune della ricerca negando (parzialmente o completamente) il soggetto stesso. Ecco quindi che ho scelto la Campania come porzione di Europa per parlare di Europa e la sinistra italiana per parlare di ideologia (forse in questo caso è meglio parlare di identità e appartenenza culturale) continentale. Il pretesto identitario che ho scelto di decostruire e rimodulare a mio piacimento è stato quello del conflitto che dalla fine dell’ottocento ai – molto più drammatici – giorni nostri, attraversa il pensiero socialista (di sinistra) italiano. Procedo per schemi definendo due compagini, quella della sinistra extraparlamentare e illegalista e quello della sinistra partitistica e legalitaria. Prendo in considerazione due momenti della storia del nostro paese: i fatti del Matese  del 1877 e l’attentato a Togliatti del 1948. Considero un arco di tempo lunghissimo e da cui non ho intenzione di estrapolare nessuna lezione storiografica, ma che mi serve come grosso contenitore di posizioni. Un archivio di idee politiche e di manovre che ricostruisco in maniera non lineare.

Una traccia immaginata  

Le domande alla base del mio lavoro sono molte, ma nel disegnare quella traccia immaginata ne terrò presenti solo alcune:

Quando nel pensiero socialista in Italia si decide di abbandonare l’idea dell’insurrezione per il negoziato?

Esiste una linea sottile che divide la retorica populista dalle intenzioni rivoluzionarie anarchiche?

L’attentato a Togliatti è l’approdo definitivo alla rinuncia rivoluzionaria?

Tutto ha inizio con le crepe nell’internazionalismo anarchico in Italia, le distanze che Mazzini prende dalla Comune di Parigi, le posizioni – contraddittorie – di Garibaldi oscillanti tra democrazia e insurrezione. Fratture che già nel 1877 sono evidenti all’interno stesso del nucleo internazionalista con le posizioni divergenti di Carlo Cafiero ed Errico Malatesta – la cui propaganda col fatto sfociò nella rivolta soppressa del Matese – e quella di Andrea Costa che guarda già in quel momento a un opzione legalitaria.

Tutto ciò ho provato a renderlo attuale, a trasformarlo in un audio dramma di genere, a dipingere (raccontare) la realtà partendo da un episodio ipotizzato come l’occupazione di un plesso scolastico da parte di alcuni dipendenti non sindacalizzati a cui viene subappaltata la pulizia della scuola. Il tutto si svolge in Campania – la rappresentanza italiana nella mostra di Dublino ha origini campane, Marisa, Pasquale ed Io, siamo originari di posti che distano tra loro una 20 di km massimo – e tutto tiene conto di una certa teatralità naïf e di una buona dose di retorica populista.

La mostra resta aperta ancora per poco, fino al 1 settembre,  quella che vedete la scansione di una pagina del testo del mio audio dramma.

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Fijnschilder scansione del catalogo di I knOw yoU Dublino, IMMA Irish Museum of Modern Art

Questo progetto mi ha permesso di vincere il grant del GAI MovinUp. La realizzazione del progetto è stata resa possibile da operatori culturali, attori, amici e professionisti dell’editoria e della musica spari tra la Campania la Toscana e il Friuli Venezia Giulia.

Quando leggo succedono cose molto piacevoli, una di queste è che il mondo fuori della mia testa mi appare chiaro, limpido, quasi lineare, ridotto in schemi e facilmente descrivibile. La scrittura invece è per me qualcosa di estremamente diverso, è qualcosa di cui non ho mai certezze, è qualcosa che mi attrae perché so che potrebbe respingermi nel maggior numero dei casi. Scrivo questa piccola dichiarazione di intenti perché oggi, 10 aprile è un giorno in cui non ho scadenze o impegni concludenti; nessun anniversario o evento, uno di quei giorni con attività generiche: studiare, scrivere un articolo sull’arte contemporanea che parli di realtà e la narrazione, andare in piscina, riprendere in mano Don DeLillo. Ma oggi, tra quelle attività generiche qualcuna dovrà aspettare, credo proprio di rimandare qualcosa a domani – non proprio a domani ma a più in là – perché sento davvero la necessità di scrivere due righe su quello che è accaduto ad Aversa qualche giorno fa. Stamattina leggevo una cosa su Gramsci in cui vi erano alcuni brani tratti dai Quaderni; le parole di Gramsci mi sembravano chiare, pulite, calzanti, leggendole provavo la sensazione che non ho mai provato, ma che se un giorno provassi sono certo assomiglierebbe a quella di stamattina, un po’ come si sente un biscotto appena uscito da uno stampino. Sono certo che se il biscotto potesse tornerebbe in quello stampino lo farebbe calzandolo senza difficoltà, senza sforzi, sperimenterebbe praticamente il concetto platonico e per noi neoplatonico-cristiano, di emanazione diretta. Ecco io, leggendo Gramsci, mi sono sentito platonicamente figlio del suo stampo, le sue parole mi sono apparse familiari, forse ne ho confuso l’origine, per un attimo ho pensato (sperato) di averle pronunciate in un dibattito o semplicemente in una discussione al bar. In questo risiede la differenza maggiore tra la scrittura e la lettura, nella capacità di organizzare, che è necessaria quando si esercita la prima e nel piacere di sentirsi a proprio agio, che si avverte quando ci si gode della seconda.

Spero non abbiate abbandonato la lettura perché adesso, è giunto il momento di scrivere quelle parole di Gramsci verso le quali sento tanta empatia.

Ogni gruppo sociale […] si crea, organicamente, uno o più ceti di intellettuali che gli danno omogeneità e consapevolezza della propria funzione non solo in campo economico, ma anche in quello sociale e politico.

Gramsci Quaderni 1513

Queste parole sono l’inizio di tutta l’analisi che Gramsci fa nei quaderni sulla funzione dell’Intellettuale nella società, io le ho rilette – la prima volta l’avevo fatto per il corso di Fabio Frosini all’Università – in un bellissimo saggio di Marco Codebò: Archivio, potere e romanzo: Il sorriso dell’ignoto marinaio fra Gramsci e Foucault. Saggio apparso sull’ultimo numero di Nuova Prosa rivista semestrale edita da Greco e Greco e diretta da Luigi Grazioli.

L’intellettuale che Gramsci definisce organico, è colui il quale è in grado di recepire i valori condivisi in un certo gruppo sociale, ordinandoli in una visione del mondo più articolata. Una sorta di coscienza critica capace di articolare e trasformare parole e fatti, temporanei e perituri, in pensieri stabili, condivisibili e trasmissibili. Di solito non mi interessano i fatti di cronaca, di nessun tipo o colore, sono troppo banalizzati e strumentalizzati dalla TV per essere digeribili, ma stavolta non posso ignorarlo, e non perché il fatto è accaduto ad Aversa, città che non ho mai amato e che ho sempre frequentato pochissimo, ma per un’altro motivo. Il ragazzino morto frequentava il liceo scientifico Enrico Fermi, era in sezione F. Il Fermi è lo stesso liceo che ho frequentato io, anni fa, ed è, in un immaginaria classifica dei posti a me sgraditi, molto in alto. Odiavo quel liceo, odiavo la piccolezza e la stupidità delle persone che lo frequentavano, la pochezza dei docenti, l’ignoranza del preside. Un istituto – non l’unico ad Aversa – dove la consuetudine e il conformismo erano gli unici dictat, dove crescere era fondamentalmente mantenere fede a un solco già tracciato. In molti siamo andati via dopo il liceo, io non l’ho fatto per necessità, ma per scelta, ho scelto di non assoggettarmi alla logica del: tanto è inutile, nulla potrà mai cambiare, disgustato dal percepire un perverso piacere nell’immobilismo, nel non andare oltre il limite prossimo della vista. Nell’agro aversano la gente si ammazza non perché direttamente affiliati a clan camorristici (come è facile e come i media hanno facilmente asserito), ma perché succubi di una mentalità filo-camorristica, un mare enorme di silenzio assenso a una non-cultura dei rapporti umani.

Leggendo Gramsci mi ritrovo a dover rimpiangere le sue parole, a rimpiangere che se applicate a ciò che quotidianamente accade ad Aversa e nell’agro aversano ci si accorge che ad organizzare, dare omogeneità e consapevolezza a un folto gruppo sociale non è la forza dell’intelletto, ma il corpo silenzioso e stupido del pensiero tribale e ferino. Ad Aversa e nell’agro aversano si è orfani del pensiero intellettuale, o meglio orfani della semplice attività intellettuale. Si onorano i valori del bastone, si tace delle bassezze del pensiero e delle condizioni inumane di vita, si va avanti, sperando che non succeda mai a noi o a qualcuno che conosciamo, si chiede una raccomandazione per entrare nell’esercito, ci si apre una paninoteca, si gira con l’auto in centro, ci si fa l’abbonamento a premium, si comprano i mobili per il matrimonio, si mette 10€ nei videopoker, si fa qualche scommessa sul campionato, si scopa in albergo, ci si sposa per riparare al danno, si fa la spesa nei centri commerciali, si va dal barbiere tutti i sabati, si fanno i debiti per l’auto nuova, si chiamano ladri politici, si chiedono favori ai politici, si condona, ci si preoccupa per i tumori, non si nominano i tumori, ci si lamenta per l’immondizia, si produce tonnellate di spazzatura, ci si vuole bene, ci si ammazza senza ragione.

Aspettiamo una reazione al sangue siamo certi che sarà altro sangue. La gente onesta, quella che in queste cose non vuole entrarci sceglierà il silenzio per manifestare il proprio dissenso, si chiuderà in casa, eviterà di fare uscire i figli la sera, sino al prossimo, sino all’imminentissimo prossimo caso di sacrificio. Come in un rituale, in una società della consuetudine e del tribalismo codificato, le cose accadranno.

Mi auguro che i ragazzi, gli stessi che adesso soffrono per la morte di uno di loro, si sentano un po orfani, senza guida, senza rispetto, perché se rinnegare la propria terra, disonorarne i padri e conservare il rancore non è la soluzione, può d’altronde essere parte di un inizio.

 

Confutatis

la carta francese

Il rigurgito di fango

libere espettorazioni

In Italia non ci si annoia mai, tutti, deliberatamente, contribuiamo a rendere il dibattito pubblico del nostro paese più vivace e viscerale. Tutti a dire la loro, e tra tutti io.

Oggi è la giornata della memoria, Derrida, Nora, Foucault e compagnia bella continuano a starsene dove stanno: sugli scaffali, tra i loro simili vicino agli altri libri. Oramai c’è un’oceano di libri che in mano non li prende più nessuno o almeno non li prendono in mano le persone che hanno accesso ai media generalisti, quelle persone che purtroppo continuano a esercitare opzioni di fetida influenza. Chi cazzo se ne fotte della storia, quanto conteranno mai tutti quelli che continuano a perde tempo chiedendosi da dove veniamo. Siamo tutti allineati sul filo del presente, tutti attenti allo starter pronti a rincorrere in fretta la lepre che scappa sul binario ben oleato della siepe alla nostra sinistra. Non abbiamo tempo di fermarci a riflettere sulle parole, nessuno ne ha, nemmeno chi si candida all’amministrazione della cosa pubblica. Oggi Berlusconi ne ha detta un’altra delle sue, una di quelle frasi che si sentono dire tanto in giro, parole di un vecchio rincoglionito tra vecchi rincoglioniti. Inutile gettare al vento ore preziose di studio per ricordarsi dello Strapaese, rispolverare Italiano brava gente, inutile cercare riferimenti, quelle sono parole che stanno sulla bocca di tutti e che un uomo politica nell’esecrazione della sua funzione non ha paura di ripetere. Forse qualche vecchio brontolone, uno come Eugenio il campanaro, che a lui, a Eugenio, Mussolini non aveva mai fatto niente, potrebbe dire che il Duce era solo stato la vittima di quel pazzo di Hitler – in quest’istante mi viene in mente che Eugenio, se mai decidesse di accedere a questo blog, potrebbe offendersi, colgo l’occasione quindi di chiedergli scusa se quanto detto due righe prima non dovesse corrispondere a una possibilità plausibile del suo pensiero – ma a quanto pare anche il futuro candidato premier della destra [(delle) destre] può permettersi il vezzo di trattare la storia del suo paese – del paese che per l’ennesima volta vorrebbe amministrare – come si fa con il tinello di casa. Si la memoria come la dispensa – non è un attacco alle casalinghe, ma capite che i beni in gioco sono diversi – una dispensa allo stesso tempo ordinata e buia, in cui si incorre facilmente nel rischio di dimenticare qualche barattolo di ceci cotti al vapore sul fondo. Ecco allora dimentichiamo la soppressione dei partiti politici, passiamo sopra alla soppressione degli organi di informazione, scordiamo gli omicidi e il carcere per Gramsci. Mussolini ha sbagliato solo quando ha ratificato le leggi razziali – dice Berlusconi – non ha altre colpe, se non quelle di aver assecondato ad un obbligo di alleanza. Ecco questo fino a poco tempo fa si chiamava negazionismo e il negazionismo altro non è che un atto retorico di contrapposizione ideologia. Ecco L’ideologia, a questa mia cara e vecchia amica, vecchia malata e acciaccata a cui volevo arrivare, si perché parlando con un esponente – non so se la parola attivista in questo caso possa andare bene e movimentista non so se esiste e se esiste fa schifo – del M5S (movimento 5 stelle) delle dichiarazioni di Beppe Grillo su Casa Pound, gli ho chiesto in che modo fosse possibile conciliare proposte provenienti da più fronti. In che modo insomma possono convivere espressioni che provengono da lati opposti. Lui mi ha risposto che in una società post-ideologica è la qualità delle proposte a fare la differenza e non il colore. Grillo, durante un comizio, ha apostrofato come “malati di ideologia” chi a Livorno gli faceva notare che questo è un paese antifascista e che le proposte di un’associazione neofascista non possano entrare nell’agenda di un movimento che si pone l’obbiettivo di rinnovare il paese. Grillo sostiene che: “Le idee non sono né di destra né di sinistra, sono buone o sono stronze”. Ora, senza voler andare a fondo sulle prerogative della categoria “stronze”, volevo porre delle domande: in che modo è possibile ottenere con un “Movimento popolare e basato sulle buone pratiche” l’idea delle idee, l’idea sincretica? E, se questo è possibile, non è forse quest’insieme di “buone idee” una forma ideologica? Tralasciando la mia opinione – che tralascio ma trascrivo ovvero che questo sincretismo puzza di populismo – e tenuta per buona la “rivoluzione” civile basata sull’auto controllo tramite lo strumento della rete (ndt Internet) e che tutto il circolo virtuoso si basa sulla trasparenza e sulla rettitudine degli amministranti collettivi (forse collettivo è troppo ideologico per il M5S): sarà che questa “rivoluzione” che si basa su fondamenti di moralità ferrea (moralismo?) ma di natura poco concreta – appurabili – fors’anche che trascendenti e sarà allora che quest’amministrazione dei molti, ha tutti i crismi della metafisicià? la visione in cui tutti si votano al bene di tutti, dove è possibile trovare un’accordo su tutto e dove un’idea (verbo) può contenere in sé tutte le altre idee, mi ricorda una forma di amministrazione politica più teologica che democratica. Dove scambiare lucciole per lanterne porta a sostituire la morale collettiva del web al pensiero collettivo del dio.
Tra la gestione e l’amministrazione della tv e il controllo teocratico di noi stessi l’oceano di parole di fango e nell’oceano le mie righe, poche sgrammaticate e piene di merda.

 

Mentre si guarda un film, mentre lo si guarda per farne un analisi, non si dovrebbe mangiare, io personalmente, non mangio mai mentre guardo un film, tantomeno se poi devo farne un analisi. Mangiare durante le proiezioni cinematografiche è una cosa di poco gusto, ogni azione: la visione e l’auto-alimentazione, hanno tale dignità da meritare tempi e modi separati gli uni dagli altri, ma oggi qualcosa non è andata così.
Queste sono due parole su di un film di David Lynch: Mulholland Drive.
Ero intenzionato a guardare il film e poi studiare un analisi – quella di Bertetto – e provare a farne una io, poi due persone hanno definitivamente inficiato i miei intenti. Una persona, saputo che stavo per iniziare la visione di Mulholland Drive, mi scriveva un sms in cui mi consigliava di bermi una tazza di caffè, un’altra, addirittura, mi portava da mangiare, entrando in casa con un cartoccio in cui custodiva una polacca ancora calda. A questo punto, ai fini della comprensione extra-regionale e forse extra-cittadina di questo testo, una digressione sulla polacca è necessaria. La polacca è un dolce della città di Aversa, un dolce che oggi, abusando di una forma verbale senza senso, viene detto tipico di Aversa. inventato nel 1926 da una pasticceria della città su rielaborazione di una ricetta di una suora dell’est Europa (sulla provenienza geografica della suora non posso essere preciso visto che non se ne conosce il nome e visto che è comune appellare “polacchi” i cittadini dell’est). In ogni caso la polacca è un esempio di ibridazione identitaria che nel nome e nella preparazione trascina con se alcune delle inutili questioni legate agli scontri culinari tra le tradizioni e le preparazioni alimentari nazionali. La polacca è l’ennesima dimostrazione che non esistono cucine nazionali, regionali, locali familiari e che l’uso di queste etichette altro non è che una necessità che chiamerei editoriale; una tassonomia funzionale a chi distribuisce e non a chi produce e consuma. Il dolce, cornetto, polacca, ha come nome un aggettivo qualificativo derivato dal nome Polonia, i polacchi sono tutti quei cittadini che appartengono a quel gruppo etnico di origine slava maggiormente diffuso in Polonia, dove rappresentano il gruppo etnico di maggioranza con oltre il 96% della popolazione.
Non esiste una definizione univoca di “polacchi”. Secondo la costituzione polacca, la nazione di Polonia è composta da tutti i cittadini polacchi. Gli etnologi indicano con il gruppo etnico dei polacchi tutti coloro che sono di madrelingua polacca, sebbene esistano diversi sottogruppi che mostrano un retroterra culturale correlato alla storia polacca ma che non usano, come lingua primaria, il polacco. Si indicano come antenati dell’attuale gruppo etnico polacco la tribù di lingua lechitica dei Polani, che erano stanziati fino all’VIII secolo tra i fiumi Oder e Bug Occidentale, tra i Carpazi ed il Mar Baltico (cit da wikipoedia).
A questa definizione va aggiunto che comunemente in Campania, sono detti polacchi tutti quei cittadini del nord e dell’est europa non necessariamente di origine slava, dai tratti somatici gentili, dai capelli chiari, dalla carnagione bianca e dagli occhi chiari. In questa ampia definizione spesso confluiscono cittadini italiani del nord, cittadini rumeni, slavi, tedeschi e – questo è soggetto al interprete e al suo grado di istruzione e conoscenza geografica – cittadini europei corrispondenti alle caratteristiche somatiche sopraelencate. Questa questione mi ha riportato alla mente una fantastica dissertazione di Wittgenstein in Ricerche Filosofiche che ho letto di nel libro di Rick Altman Film/Genere. Altman nel provare a definire le noci cita Wittgenstein che a sua volta nel raggruppare e nell’identificare la famiglia dei “giuochi” non può fare a meno di notare l’eterogenea della cosiddetta specie. Per le nazioni e per i derivati nazionali la questione è la stessa. La coerenza o la giustapposizione geografica può essere funzionale a determinare l’idea politica di identità un’idea che vuole necessariamente estendersi in maniera da tenere coesa la definizione al referente, ma il concetto e principio stesso di nazione tende ad essere conflittuale, tra molteplici nazioni che allo stesso tempo sono in conflitto e in relazione tra loro. Un’atteggiamento difensivo, tendente a trincerarsi dietro all’omogeneità nazionale – spesso epica e ancestrale -, nasconde semplicemente la coda di una fondamentale natura eterogenea della stessa idea di nazione. Come dice Altman ogni artefatto, ogni produzione culturale, la polacca stessa quindi, resta implicitamente un teatro di possibili conflitti tra molteplice significati e collocazioni.
Dimenticavo le due parole su Mulholland Drive, dire film di genere thriller, drammatico è come dire nulla.

uccellino@fegato di merluzzo